26 febbraio 2017

«Non preoccupatevi del domani» Commento al Vangelo del 26 febbraio 2017, VIII domenica T.O.

Elogio della Provvidenza. Già, la Provvidenza! Lungi dal voler emettere giudizi sull'oggi storico, quasi che la Chiesa non ne facesse parte del presente o si ergesse continuamente a maestra esclusiva di una verità che nulla a che vedere con la Verità con la V maiuscola, ma la parola Provvidenza è sparita pure dal vocabolario cristiano. Provvidenza, ovvero capacità di fidarsi di Dio. 
Oggi c’è la corsa all'accumulo, il contrario della Provvidenza. Accumulare perché non si sa se domani possiamo permetterci questa o quell'altra cosa; accumulare per paura che qualcun altro possa impadronirsi di ciò che desidero prima di me; accumulare a discapito di chi invece non può permettersi né oggi e nemmeno domani; accumulare per garantire ai miei posteri un futuro secondo la mia logica, senza pensare che ciò che accumulo è esposto alla tempesta dell’usura del tempo. 
C’è un passo che precede la fiducia nella Provvidenza di Dio. Questa è la povertà. Chi non sa spogliarsi, non può fare esperienza della Provvidenza. Chi è già sazio, farà molta fatica a sperimentare la bellezza di un Dio che dona gratuitamente. 
Povertà non è sinonimo di sciattoneria, di nullatenente, di miseria. La povertà invocata e cantata nelle beatitudini da Gesù di Nazareth è tutt’altra cosa, è quella dello spirito. In altri termini, Francesco d’Assisi avrebbe parlato di “spoliazione”. È un atto interiore prima ancora che esteriore, è un moto dello spirito prima ancora che del corpo. "Non potete servire Dio e la ricchezza", rammenta il Maestro Gesù. Ma si spinge oltre: "non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete". È un palese invito a fare della povertà lo stile della vita cristiana. Un cristiano “attaccato” al denaro, al potere, alle scalate o alle cordate non è secondo la logica del Vangelo. 
La povertà è il criterio evangelico. Povertà è non vivere attaccati alle cose di questo mondo che per quanto utili possono essere, sono pur sempre futili, passeggeri, effimeri. Povertà è capacità di vivere in maniera distaccata da ciò che appesantisce il nostro passo di viandanti su questa terra. Povertà è generosità. Povertà è spirito di condivisione, povertà è libertà di spirito. Povertà è non avere paura che possano toglierti qualcosa che hai perché tu non hai niente. Povertà è evitare che la ricchezza diventi un alibi per disaccordi familiari. Povertà è capacità di amministrare equamente e secondo giustizia ogni cosa, il denaro stesso. 
Ma la povertà è un cammino. Bene diceva il nostro carissimo don Tonino Bello: «Si può nascere poeti, ma non poveri. Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti. Quella della povertà, insomma, è una carriera, e per giunta tra le più complesse. Richiede un tirocinio difficile. Tanto difficile che il Signore Gesù si è voluto riservare direttamente l'insegnamento in questa disciplina». La povertà dunque è l’anticamera della Provvidenza. Per credere nella Provvidenza bisogna esercitare l’arte della povertà, della libertà interiore, della spoliazione dell’anima. Chi vive della Provvidenza è convinto di ciò che dice Gesù: "Il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno". 
Fintanto che continueremo ad accumulare, non riusciremo mai a sperimentare la vicinanza di Dio, di un Dio che ama venire incontro a noi, ai nostri bisogni, alle nostre necessità; non riusciremo mai a percepire la vicinanza di Dio, di un Dio tenero, di un Signore che è padre, che si commuove e mai si dimentica (cfr. prima lettura). Il Salmo responsoriale ci fa ripetere con il ritornello: "Solo in Dio riposa l’anima mia". E allora è il caso di dire che la domanda nasce spontanea: in cosa o in chi riposa l’anima mia? In chi o in cosa confido? Cosa o chi mi fa stare o meno tranquillo? Chi o cosa mi dà sicurezza? 
Padre Onofrio Antonio Farinola
sacerdote cappuccino

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