28 novembre 2014

Lettera Apostolica del Santo Padre Francesco a tutti i consacrati in occasione dell'Anno della Vita Consacrata, 28.11.2014

Carissime consacrate e carissimi consacrati!

Scrivo a voi come Successore di Pietro, a cui il Signore Gesù affidò il compito di confermare nella fede i fratelli (cfr Lc 22,32), e scrivo a voi come fratello vostro, consacrato a Dio come voi.

Ringraziamo insieme il Padre, che ci ha chiamati a seguire Gesù nell’adesione piena al suo Vangelo e nel servizio della Chiesa, e ha riversato nei nostri cuori lo Spirito Santo che ci dà gioia e ci fa rendere testimonianza al mondo intero del suo amore e della sua misericordia.

Facendomi eco del sentire di molti di voi e della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in occasione del 50° anniversario della Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, che nel cap. VI tratta dei religiosi, come pure del Decreto Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa, ho deciso di indire un Anno della Vita Consacrata. Avrà inizio il 30 novembre corrente, I Domenica di Avvento, e terminerà con la festa della Presentazione di Gesù al tempio il 2 febbraio 2016.

Dopo aver ascoltato la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ho indicato come obiettivi per questo Anno gli stessi che san Giovanni Paolo II aveva proposto alla Chiesa all'inizio del terzo millennio, riprendendo, in certo modo, quanto aveva già indicato nell’Esortazione post-sinodale Vita consecrata: «Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi» (n. 110).

I – Gli obiettivi per l’Anno della Vita Consacrata

1. Il primo obiettivo è guardare il passato con gratitudine. Ogni nostro Istituto viene da una ricca storia carismatica. Alle sue origini è presente l’azione di Dio che, nel suo Spirito, chiama alcune persone alla sequela ravvicinata di Cristo, a tradurre il Vangelo in una particolare forma di vita, a leggere con gli occhi della fede i segni dei tempi, a rispondere con creatività alle necessità della Chiesa. L’esperienza degli inizi è poi cresciuta e si è sviluppata, coinvolgendo altri membri in nuovi contesti geografici e culturali, dando vita a modi nuovi di attuare il carisma, a nuove iniziative ed espressioni di carità apostolica. È come il seme che diventa albero espandendo i suoi rami.

In questo Anno sarà opportuno che ogni famiglia carismatica ricordi i suoi inizi e il suo sviluppo storico, per ringraziare Dio che ha offerto alla Chiesa così tanti doni che la rendono bella e attrezzata per ogni opera buona (cfr Lumen gentium, 12).

Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità, così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. Non si tratta di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse, a iniziare dai Fondatori, dalle Fondatrici e dalle prime comunità. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e insieme diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni.

Lo ringraziamo in modo particolare per questi ultimi 50 anni seguiti al Concilio Vaticano II, che ha rappresentato una "ventata" di Spirito Santo per tutta la Chiesa. Grazie ad esso la vita consacrata ha attuato un fecondo cammino di rinnovamento che, con le sue luci e le sue ombre, è stato un tempo di grazia, segnato dalla presenza dello Spirito.

Sia quest’Anno della Vita Consacrata un’occasione anche per confessare con umiltà, e insieme con grande confidenza in Dio Amore (cfr 1 Gv 4,8), la propria fragilità e per viverla come esperienza dell’amore misericordioso del Signore; un’occasione per gridare al mondo con forza e per testimoniare con gioia la santità e la vitalità presenti nella gran parte di coloro che sono stati chiamati a seguire Cristo nella vita consacrata.

2. Quest’Anno ci chiama inoltre a vivere il presente con passione. La grata memoria del passato ci spinge, in ascolto attento di ciò che oggi lo Spirito dice alla Chiesa, ad attuare in maniera sempre più profonda gli aspetti costitutivi della nostra vita consacrata.

Dagli inizi del primo monachesimo, fino alle odierne "nuove comunità", ogni forma di vita consacrata è nata dalla chiamata dello Spirito a seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo (cfr Perfectae caritatis, 2). Per i Fondatori e le Fondatrici la regola in assoluto è stata il Vangelo, ogni altra regola voleva essere soltanto espressione del Vangelo e strumento per viverlo in pienezza. Il loro ideale era Cristo, aderire a lui interamente, fino a poter dire con Paolo: «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21); i voti avevano senso soltanto per attuare questo loro appassionato amore.

La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; se esso è davvero il "vademecum" per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e domanda di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo (eppure lettura e studio rimangono di estrema importanza), non basta meditarlo (e lo facciamo con gioia ogni giorno). Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole.

Gesù, dobbiamo domandarci ancora, è davvero il primo e l’unico amore, come ci siamo prefissi quando abbiamo professato i nostri voti? Soltanto se è tale, possiamo e dobbiamo amare nella verità e nella misericordia ogni persona che incontriamo sul nostro cammino, perché avremo appreso da Lui che cos’è l’amore e come amare: sapremo amare perché avremo il suo stesso cuore.

I nostri Fondatori e Fondatrici hanno sentito in sé la compassione che prendeva Gesù quando vedeva le folle come pecore sbandate senza pastore. Come Gesù, mosso da questa compassione, ha donato la sua parola, ha sanato gli ammalati, ha dato il pane da mangiare, ha offerto la sua stessa vita, così anche i Fondatori si sono posti al servizio dell’umanità a cui lo Spirito li mandava, nei modi più diversi: l’intercessione, la predicazione del Vangelo, la catechesi, l’istruzione, il servizio ai poveri, agli ammalati… La fantasia della carità non ha conosciuto limiti e ha saputo aprire innumerevoli strade per portare il soffio del Vangelo nelle culture e nei più diversi ambiti sociali.

L’Anno della Vita Consacrata ci interroga sulla fedeltà alla missione che ci è stata affidata. I nostri ministeri, le nostre opere, le nostre presenze, rispondono a quanto lo Spirito ha chiesto ai nostri Fondatori, sono adeguati a perseguirne le finalità nella società e nella Chiesa di oggi? C’è qualcosa che dobbiamo cambiare? Abbiamo la stessa passione per la nostra gente, siamo ad essa vicini fino a condividerne le gioie e i dolori, così da comprendere veramente le necessità e poter offrire il nostro contributo per rispondervi? «La stessa generosità e abnegazione che spinsero i Fondatori – chiedeva già san Giovanni Paolo II – devono muovere voi, loro figli spirituali, a mantenere vivi i carismi che, con la stessa forza dello Spirito che li ha suscitati, continuano ad arricchirsi e ad adattarsi, senza perdere il loro carattere genuino, per porsi al servizio della Chiesa e portare a pienezza l’instaurazione del suo Regno»1.

Nel fare memoria delle origini viene in luce una ulteriore componente del progetto di vita consacrata. Fondatori e fondatrici erano affascinati dall’unità dei Dodici attorno a Gesù, dalla comunione che contraddistingueva la prima comunità di Gerusalemme. Dando vita alla propria comunità ognuno di loro ha inteso riprodurre quei modelli evangelici, essere con un cuore solo e un’anima sola, godere della presenza del Signore (cfr Perfectae caritatis,15).

Vivere il presente con passione significa diventare "esperti di comunione", «testimoni e artefici di quel "progetto di comunione" che sta al vertice della storia dell’uomo secondo Dio»2. In una società dello scontro, della difficile convivenza tra culture diverse, della sopraffazione sui più deboli, delle disuguaglianze, siamo chiamati ad offrire un modello concreto di comunità che, attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e della condivisione del dono di cui ognuno è portatore, permetta di vivere rapporti fraterni.

Siate dunque donne e uomini di comunione, rendetevi presenti con coraggio là dove vi sono differenze e tensioni, e siate segno credibile della presenza dello Spirito che infonde nei cuori la passione perché tutti siano una sola cosa (cfr Gv 17,21). Vivete la mistica dell’incontro: «la capacità di sentire, di ascolto delle altre persone. La capacità di cercare insieme la strada, il metodo»3, lasciandovi illuminare dalla relazione di amore che passa fra le tre Divine Persone (cfr 1 Gv 4,8) quale modello di ogni rapporto interpersonale.

3. Abbracciare il futuro con speranza vuol essere il terzo obiettivo di questo Anno. Conosciamo le difficoltà cui va incontro la vita consacrata nelle sue varie forme: la diminuzione delle vocazioni e l’invecchiamento, soprattutto nel mondo occidentale, i problemi economici a seguito della grave crisi finanziaria mondiale, le sfide dell’internazionalità e della globalizzazione, le insidie del relativismo, l’emarginazione e l’irrilevanza sociale... Proprio in queste incertezze, che condividiamo con tanti nostri contemporanei, si attua la nostra speranza, frutto della fede nel Signore della storia che continua a ripeterci: «Non aver paura ... perché io sono con te» (Ger 1,8).

La speranza di cui parliamo non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12) e per il quale «nulla è impossibile» (Lc 1,37). È questa la speranza che non delude e che permetterà alla vita consacrata di continuare a scrivere una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare con noi grandi cose.

Non cedete alla tentazione dei numeri e dell’efficienza, meno ancora a quella di confidare nelle proprie forze. Scrutate gli orizzonti della vostra vita e del momento attuale «in vigile veglia». Con Benedetto XVI vi ripeto: «Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cfr Rm 13,11-14) – restando svegli e vigilanti»4. Continuiamo e riprendiamo sempre il nostro cammino con la fiducia nel Signore.

Mi rivolgo soprattutto a voi giovani. Siete il presente perché già vivete attivamente in seno ai vostri Istituti, offrendo un contributo determinante con la freschezza e la generosità della vostra scelta. Nello stesso tempo ne siete il futuro perché presto sarete chiamati a prendere nelle vostre mani la guida dell’animazione, della formazione, del servizio, della missione. Questo Anno vi vedrà protagonisti nel dialogo con la generazione che è davanti a voi. In fraterna comunione potrete arricchirvi della sua esperienza e sapienza, e nello stesso tempo potrete riproporre ad essa l’idealità che ha conosciuto al suo inizio, offrire lo slancio e la freschezza del vostro entusiasmo, così da elaborare insieme modi nuovi di vivere il Vangelo e risposte sempre più adeguate alle esigenze di testimonianza e di annuncio.

Sono contento di sapere che avrete occasioni per radunarvi insieme tra voi giovani di differenti Istituti. Che l’incontro diventi abituale via di comunione, di mutuo sostegno, di unità.

II – Le attese per l’Anno della Vita Consacrata

Che cosa mi attendo in particolare da questo Anno di grazia della vita consacrata?

1. Che sia sempre vero quello che ho detto una volta: «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita.

Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché "una sequela triste è una triste sequela". Anche noi, come tutti gli altri uomini e donne, proviamo difficoltà, notti dello spirito, delusioni, malattie, declino delle forze dovuto alla vecchiaia. Proprio in questo dovremmo trovare la "perfetta letizia", imparare a riconoscere il volto di Cristo che si è fatto in tutto simile a noi e quindi provare la gioia di saperci simili a Lui che, per amore nostro, non ha ricusato di subire la croce.

In una società che ostenta il culto dell’efficienza, del salutismo, del successo e che marginalizza i poveri ed esclude i "perdenti", possiamo testimoniare, attraverso la nostra vita, la verità delle parole della Scrittura: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10).

Possiamo ben applicare alla vita consacrata quanto ho scritto nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium, citando un’omelia di Benedetto XVI: «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione» (n. 14). Sì, la vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono uomini e donne felici! Ugualmente la sua efficacia apostolica non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi. È la vostra vita che deve parlare, una vita dalla quale traspare la gioia e la bellezza di vivere il Vangelo e di seguire Cristo.

Ripeto anche a voi quanto ho detto nella scorsa Veglia di Pentecoste ai Movimenti ecclesiali: «Il valore della Chiesa, fondamentalmente, è vivere il Vangelo e dare testimonianza della nostra fede. La Chiesa è sale della terra, è luce del mondo, è chiamata a rendere presente nella società il lievito del Regno di Dio e lo fa prima di tutto con la sua testimonianza, la testimonianza dell’amore fraterno, della solidarietà, della condivisione» (18 maggio 2013).

2. Mi attendo che "svegliate il mondo", perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali «la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico». È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra … Mai un religioso deve rinunciare alla profezia» (29 novembre 2013).

Il profeta riceve da Dio la capacità di scrutare la storia nella quale vive e di interpretare gli avvenimenti: è come una sentinella che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cfr Is 21,11-12). Conosce Dio e conosce gli uomini e le donne suoi fratelli e sorelle. È capace di discernimento e anche di denunciare il male del peccato e le ingiustizie, perché è libero, non deve rispondere ad altri padroni se non a Dio, non ha altri interessi che quelli di Dio. Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perché sa che Dio stesso è dalla loro parte.

Mi attendo dunque non che teniate vive delle "utopie", ma che sappiate creare "altri luoghi", dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco. Monasteri, comunità, centri di spiritualità, cittadelle, scuole, ospedali, case-famiglia e tutti quei luoghi che la carità e la creatività carismatica hanno fatto nascere, e che ancora faranno nascere con ulteriore creatività, devono diventare sempre più il lievito per una società ispirata al Vangelo, la "città sul monte" che dice la verità e la potenza delle parole di Gesù.

A volte, come accadde a Elia e a Giona, può venire la tentazione di fuggire, di sottrarsi al compito di profeta, perché troppo esigente, perché si è stanchi, delusi dai risultati. Ma il profeta sa di non essere mai solo. Anche a noi, come a Geremia, Dio assicura: «Non aver paura … perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

3. I religiosi e le religiose, al pari di tutte le altre persone consacrate, sono stati definiti, come ho appena ricordato, "esperti di comunione". Mi aspetto pertanto che la "spiritualità della comunione", indicata da san Giovanni Paolo II, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere «la grande sfida che ci sta davanti» in questo nuovo millennio: «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione»5. Sono certo che in questo Anno lavorerete con serietà perché l’ideale di fraternità perseguito dai Fondatori e dalle fondatrici cresca ai più diversi livelli, come a cerchi concentrici.

La comunione si esercita innanzitutto all’interno delle rispettive comunità dell’Istituto. Al riguardo vi invito a rileggere i miei frequenti interventi nei quali non mi stanco di ripetere che critiche, pettegolezzi, invidie, gelosie, antagonismi sono atteggiamenti che non hanno diritto di abitare nelle nostre case. Ma, posta questa premessa, il cammino della carità che si apre davanti a noi è pressoché infinito, perché si tratta di perseguire l’accoglienza e l’attenzione reciproche, di praticare la comunione dei beni materiali e spirituali, la correzione fraterna, il rispetto per le persone più deboli… È «la "mistica" di vivere insieme», che fa della nostra vita «un santo pellegrinaggio»6. Dobbiamo interrogarci anche sul rapporto tra le persone di culture diverse, considerando che le nostre comunità diventano sempre più internazionali. Come consentire ad ognuno di esprimersi, di essere accolto con i suoi doni specifici, di diventare pienamente corresponsabile?

Mi aspetto inoltre che cresca la comunione tra i membri dei diversi Istituti. Non potrebbe essere quest’Anno l’occasione per uscire con maggior coraggio dai confini del proprio Istituto per elaborare insieme, a livello locale e globale, progetti comuni di formazione, di evangelizzazione, di interventi sociali? In questo modo potrà essere offerta più efficacemente una reale testimonianza profetica. La comunione e l’incontro fra differenti carismi e vocazioni è un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi, né solo con le proprie forze, ma riconoscendosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto, all’aiuto reciproco e ci preserva dalla malattia dell’autoreferenzialità.

Nello stesso tempo la vita consacrata è chiamata a perseguire una sincera sinergia tra tutte le vocazioni nella Chiesa, a partire dai presbiteri e dai laici, così da «far crescere la spiritualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale e oltre i suoi confini»7.

4. Attendo ancora da voi quello che chiedo a tutti i membri della Chiesa: uscire da sé stessi per andare nelle periferie esistenziali. «Andate in tutto il mondo» fu l’ultima parola che Gesù rivolse ai suoi e che continua a rivolgere oggi a tutti noi (cfr Mc 16,15). C’è un’umanità intera che aspetta: persone che hanno perduto ogni speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani ai quali è precluso ogni futuro, ammalati e vecchi abbandonati, ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore, uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino…

Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi. Questi si risolveranno se andrete fuori ad aiutare gli altri a risolvere i loro problemi e ad annunciare la buona novella. Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando.

Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera. Di conseguenza auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni.

5. Mi aspetto che ogni forma di vita consacrata si interroghi su quello che Dio e l’umanità di oggi domandano.

I monasteri e i gruppi di orientamento contemplativo potrebbero incontrarsi tra di loro, oppure collegarsi nei modi più differenti per scambiarsi le esperienze sulla vita di preghiera, su come crescere nella comunione con tutta la Chiesa, su come sostenere i cristiani perseguitati, su come accogliere e accompagnare quanti sono in ricerca di una vita spirituale più intensa o hanno bisogno di un sostegno morale o materiale.

Lo stesso potranno fare gli Istituti caritativi, dediti all’insegnamento, alla promozione della cultura, quelli che si lanciano nell’annuncio del Vangelo o che svolgono particolari ministeri pastorali, gli Istituti secolari nella loro capillare presenza nelle strutture sociali. La fantasia dello Spirito ha generato modi di vita e opere così diversi che non possiamo facilmente catalogarli o inserirli in schemi prefabbricati. Non mi è quindi possibile riferirmi ad ogni singola forma carismatica. Nessuno tuttavia in questo Anno dovrebbe sottrarsi ad una seria verifica sulla sua presenza nella vita della Chiesa e sul suo modo di rispondere alle continue e nuove domande che si levano attorno a noi, al grido dei poveri.

Soltanto in questa attenzione ai bisogni del mondo e nella docilità agli impulsi dello Spirito, quest’Anno della Vita Consacrata si trasformerà in un autentico kairòs, un tempo di Dio ricco di grazie e di trasformazione.

III – Gli orizzonti dell’Anno della Vita Consacrata

1. Con questa mia lettera, oltre che alle persone consacrate, mi rivolgo ai laici che, con esse, condividono ideali, spirito, missione. Alcuni Istituti religiosi hanno un’antica tradizione al riguardo, altri un’esperienza più recente. Di fatto attorno ad ogni famiglia religiosa, come anche alle Società di vita apostolica e agli stessi Istituti secolari, è presente una famiglia più grande, la "famiglia carismatica", che comprende più Istituti che si riconoscono nel medesimo carisma, e soprattutto cristiani laici che si sentono chiamati, proprio nella loro condizione laicale, a partecipare della stessa realtà carismatica.

Incoraggio anche voi, laici, a vivere quest’Anno della Vita Consacrata come una grazia che può rendervi più consapevoli del dono ricevuto. Celebratelo con tutta la "famiglia", per crescere e rispondere insieme alle chiamate dello Spirito nella società odierna. In alcune occasioni, quando i consacrati di diversi Istituti quest’Anno si incontreranno tra loro, fate in modo di essere presenti anche voi come espressione dell’unico dono di Dio, così da conoscere le esperienze delle altre famiglie carismatiche, degli altri gruppi laicali e di arricchirvi e sostenervi reciprocamente.

2. L’Anno della Vita Consacrata non riguarda soltanto le persone consacrate, ma la Chiesa intera. Mi rivolgo così a tutto il popolo cristiano perché prenda sempre più consapevolezza del dono che è la presenza di tante consacrate e consacrati, eredi di grandi santi che hanno fatto la storia del cristianesimo. Cosa sarebbe la Chiesa senza san Benedetto e san Basilio, senza sant’Agostino e san Bernardo, senza san Francesco e san Domenico, senza sant’Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, senza sant’Angela Merici e san Vincenzo de Paoli? L’elenco si farebbe quasi infinito, fino a san Giovanni Bosco, alla beata Teresa di Calcutta. Il beato Paolo VI affermava: «Senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del vangelo di smussarsi, il "sale" della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione» (Evangelica testificatio, 3).

Invito dunque tutte le comunità cristiane a vivere questo Anno anzitutto per ringraziare il Signore e fare memoria grata dei doni ricevuti e che tuttora riceviamo per mezzo della santità dei Fondatori e delle Fondatrici e della fedeltà di tanti consacrati al proprio carisma. Vi invito tutti a stringervi attorno alle persone consacrate, a gioire con loro, a condividere le loro difficoltà, a collaborare con esse, nella misura del possibile, per il perseguimento del loro ministero e della loro opera, che sono poi quelli dell’intera Chiesa. Fate sentire loro l’affetto e il calore di tutto il popolo cristiano.

Benedico il Signore per la felice coincidenza dell'Anno della Vita Consacrata con il Sinodo sulla famiglia. Famiglia e vita consacrata sono vocazioni portatrici di ricchezza e grazia per tutti, spazi di umanizzazione nella costruzione di relazioni vitali, luoghi di evangelizzazione. Ci si può aiutare gli uni gli altri.

3. Con questa mia lettera oso rivolgermi anche alle persone consacrate e ai membri di fraternità e comunità appartenenti a Chiese di tradizione diversa da quella cattolica. Il monachesimo è un patrimonio della Chiesa indivisa, tuttora vivissimo sia nelle Chiese ortodosse che nella Chiesa cattolica. Ad esso, come ad altre successive esperienze del tempo nel quale la Chiesa d’occidente era ancora unita, si ispirano analoghe iniziative sorte nell’ambito delle Comunità ecclesiali della Riforma, le quali hanno poi continuato a generare nel loro seno ulteriori espressioni di comunità fraterne e di servizio.

La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha programmato delle iniziative per fare incontrare i membri appartenenti a esperienze di vita consacrata e fraterna delle diverse Chiese. Incoraggio caldamente questi incontri perché cresca la mutua conoscenza, la stima, la collaborazione reciproca, in modo che l’ecumenismo della vita consacrata sia di aiuto al più ampio cammino verso l’unità tra tutte le Chiese.

4. Non possiamo poi dimenticare che il fenomeno del monachesimo e di altre espressioni di fraternità religiose è presente in tutte le grandi religioni. Non mancano esperienze, anche consolidate, di dialogo inter-monastico tra la Chiesa cattolica e alcune delle grandi tradizioni religiose. Auspico che l’Anno della Vita Consacrata sia l’occasione per valutare il cammino percorso, per sensibilizzare le persone consacrate in questo campo, per chiederci quali ulteriori passi compiere verso una reciproca conoscenza sempre più profonda e per una collaborazione in tanti ambiti comuni del servizio alla vita umana.

Camminare insieme è sempre un arricchimento e può aprire vie nuove a rapporti tra popoli e culture che in questo periodo appaiono irti di difficoltà.

5. Mi rivolgo infine in modo particolare ai miei fratelli nell’episcopato. Sia questo Anno un’opportunità per accogliere cordialmente e con gioia la vita consacrata come un capitale spirituale che contribuisce al bene di tutto il corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 43) e non solo delle famiglie religiose. «La vita consacrata è dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, è tutta orientata alla Chiesa»8. Per questo, in quanto dono alla Chiesa, non è una realtà isolata o marginale, ma appartiene intimamente ad essa, sta al cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo della sua missione, in quanto esprime l'intima natura della vocazione cristiana e la tensione di tutta la Chiesa Sposa verso l'unione con l'unico Sposo; dunque «appartiene ... irremovibilmente alla sua vita e alla sua santità» (ibid., 44).

In tale contesto, invito voi, Pastori delle Chiese particolari, a una speciale sollecitudine nel promuovere nelle vostre comunità i distinti carismi, sia quelli storici sia i nuovi carismi, sostenendo, animando, aiutando nel discernimento, facendovi vicini con tenerezza e amore alle situazioni di sofferenza e di debolezza nelle quali possano trovarsi alcuni consacrati, e soprattutto illuminando con il vostro insegnamento il popolo di Dio sul valore della vita consacrata così da farne risplendere la bellezza e la santità nella Chiesa.

Affido a Maria, la Vergine dell’ascolto e della contemplazione, prima discepola del suo amato Figlio, questo Anno della Vita Consacrata. A Lei, figlia prediletta del Padre e rivestita di tutti i doni di grazia, guardiamo come modello insuperabile di sequela nell'amore a Dio e nel servizio al prossimo.

Grato fin d’ora con tutti voi per i doni di grazia e di luce con i quali il Signore vorrà arricchirci, tutti vi accompagno con la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 21 novembre 2014, Festa della Presentazione della Beata Vergine Maria.

FRANCISCUS
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1 Lett. ap. Los caminos del Evangelio, ai religiosi e alle religiose dell’America Latina in occasione del V centenario dell’evangelizzazione del nuovo mondo, 29 giugno 1990, 26.

2 Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, Religiosi e promozione umana, 12 agosto 1980, 24.

3 Discorso ai rettori e agli alunni dei Pontifici Collegi e Convitti di Roma, 12 maggio 2014.

4 Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al tempio, 2 febbraio 2013.

5 Lett. ap. Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, 43.

6 Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 87.

7 Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sin. Vita consecrata, 25 marzo 1996, 51.

8 S.E. Mons. J. M. Bergoglio, Intervento al Sinodo sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo, XVI Congregazione generale, 13 ottobre 1994.

[01954-01.01] [Testo originale: Italiano]

24 novembre 2014

TAVOLO VOCAZIONALE Incontro di tutta la Famiglia Camilliana 29 novembre 2014 Casa generalizia dei Camilliani – Roma

Anche i Camilliani GIOISCONO per la propria vocazione e SCRUTANO segni di novità per la loro vita consacrata

Nel giorno in cui tutta la chiesa si prepara ad inaugurare l’Anno dedicato alla Vita Consacrata – 29 novembre 2014 a Roma con una solenne Veglia di Preghiera nella Basilica di S. Maria Maggiore – anche noi, religiosi camilliani, insieme alle religiose, alle consacrate e ai membri della Grande Famiglia di san Camillo, desideriamo incontrarci per riflettere e condividere le nostre prospettive di vita e i nostri desideri per un rinnovamento della forma della nostra consacrazione in vista anche di una rivitalizzazione dello stile con cui viviamo e testimoniamo il carisma e quindi dello stile dell’animazione vocazionale e della pastorale giovanile con cui vogliamo anche presentarci a coloro che ci frequentano o che semplicemente desiderano vedere come viviamo.

Viene da porsi dunque una domanda molto semplice, forse – per qualcuno – anche scontata: CHE COSA E’ LA VITA CONSACRATA? Tale domanda è propedeutica a quella successiva: COME MANIFESTARE LA NOSTRA CONSACRAZIONE?

La Vita Consacrata è anzitutto Teologia: la Vita Consacrata è la vita stessa del Figlio Gesù; la Vita Consacrata è la ripresentazione della vita stessa del Figlio (non semplicemente o meccanicamente imitare Lui, ma permettere a Lui di prendere possesso della mia vita e in questa mia vita di potersi ripresentare agli altri). La Vita Consacrata non è solo teologica me è teologale: ossia è immersione/partecipazione alla vita stessa del Figlio rispetto al Padre. Vita Consacrata è vivere la vita filiale/cristica.

Papa Benedetto XVI, il 5 dicembre 2005, ai vescovi del Brasile in visita alla Sede Apostolica, ricordava: «l’origine della Vita Consacrata è nella vita stessa di Cristo Gesù: è Gesù il Consacrato del Padre; è Gesù che ha scelto per sé questa forma di vita; quindi non mancherà nella chiesa la Vita Consacrata stessa. L’origine poi ha degli inizi storici particolari, che coincidono con l’esperienza carismatica dei singoli fondatori».

L’esortazione post-sinodale Vita Consecrata usa tre espressioni che dicono l’essenziale della Vita Consacrata: confessio trinitatis (testimonianza della vita divina, di nun’appartenenza unica ed assoluta fino all’estremo della vita), signum fraternitatis (segno di una comunione che genera relazioni nuove; frammento di umanità nuova, fermento di umanità nuova), servitium caritatis (epifania dell’amore di Dio per noi, condotti a testimoniare l’essenziale della chiesa stessa, ossia l’agape).

Questo stato di consacrazione è anzitutto uno stato di perfezione che ogni volta e sempre da acquisire: ciò che fa la definitività del nostro stato di perfezione è essere un work in progress, una ricerca permanente, una tensione continua alla perfezione, una ricerca della perfezione che è l’amore.

La fonte della consacrazione non può che essere la consacrazione di Dio che ci rende partecipe della sua santità; definendo quindi uno stato di vita fondato sulla scelta libera e consapevole dell’uomo; uno stato vissuto attraverso i voti (i miei voti vanno ad incedere concretamente e danno forma alla mia vita); uno stato teologale che dice di Dio: amando Dio sopra ogni cosa, il consacrato si dedica a Dio sotto la perenne azione dello Spirito; consegna tutta la propria vita al Padre; perché vive della sequela stessa del Figlio.

Questo stato teologale ci sottrae alla gestione autoreferenziale della vita e ci sottrae anche al livellamento verso il basso (ciascuno secondo la propria capacità, ma ciascuno secondo il dono dello Spirito che sa creare solo bellezza, armonia); uno stato di consacrazione a favore e per il bene della Chiesa. È uno stato non solo PRO ECCLESIA, ma anche IN ECCLESIA, nella misura in cui io partecipo alla vita della chiesa e sono significativa per la vita della chiesa.

La nostra Vita Consacrata diviene così vivente tradizione, trasparenza, memoria della vita che il Figlio ha scelto non solo di fronte agli uomini ma anche e soprattutto davanti a Dio (cfr. Vita consecrata n. 49)!!

Solo in questa prospettiva, il nostro essere consacrati può essere inteso come PROFEZIA! Il profeta nella Scrittura è l’uomo libero davanti a Dio e agli uomini; è l’uomo abitato da una Parola; il profeta porta un annuncio anzitutto alla sua vita: è una parola che trapassa e trasforma la sua ferita; ferisce la sua vita.

Il profeta non è colui che dice cose future: il profeta annuncia anche un evento futuro ma perché parte dalla certezza di fede che questo evento si è già compiuto: il profeta prima che profetizzare qualcosa che verrà, ricorda qualcosa che è già stato: ricorda la fedeltà di Dio; tiene desto il desiderio di Dio; ascolta una parola che non è sua; il profeta interpreta la Parola, perché si è lasciato così tanto abitare da Dio che la sapienza di Dio lo sta inabitando; il profeta sollecita nel popolo la scelta radicale di Dio.

Essere profeti significa permettere che la Parola di Dio possa significare la nostra vita.

La nostra vita è profondamente condizionata, circoscritta, determinata dai consigli evangelici.

La parola di cui siamo portatori è anche una parola di scandalo: di rottura e di frattura. Il profeta è chiamato a reinterpretare la storia e il giudizio sulla storia. La nostra presenza ricorda e sollecita il desiderio di Dio, la radicalità del Totalmente Altro!

Vita Consacrata è SEGNO: in latino segno è qualcosa che viene inciso, tagliato. La mediocrità dovrebbe essere qualcosa di estraneo alla nostra vita: ciò che noi facciamo, diciamo e siamo dovrebbero segnare la nostra vita e l’altrui esistenza. Bisogna fare in modo che ciò che abbiamo professato allora, segni in profondità la nostra vita e definisca sempre di più la nostra definitiva appartenenza (la nostra appartenenza è per il “per sempre”; noi siamo calibrati per il “per sempre”) ma anche in una non definitiva pienezza/incompiutezza di questa appartenenza a motivo del limite, del peccato, della pigrizia (anche la nostra Vita Consacrata partecipa al già e non ancora dell’Avvento del Regno di Dio).

http://www.camilliani.org/29-novembre-alla-maddalena-tavolo-vocazionale/



Ospedale camilliano di Casoria: una rinascita con la Madonna della Salute

Il 16 novembre si sono conclusi i festeggiamenti in onore della Madonna della Salute anche nell’Ospedale camilliano “Maria Ss. della Pietà” di Casoria (NA), dopo cinque giorni di spiritualità, riflessione e formazione alla scuola della Beata Vergine Maria, venerata nel mondo camilliano come Salus Infirmorum. Coordinatori di questi giorni, fratel Carlo Mangione – presente a Casoria in qualità di Consigliere provinciale delegato per l’affiancamento amministrativo del nosocomio – e il cappellano padre Vincenzo Ruggiero. I giorni di festa hanno visto il coinvolgimento di tutti coloro che vivono in Ospedale o frequentano la cappella: malati, medici, infermieri, operatori sanitari, religiosi e religiose, volontari A.V.O., etc.

Nei primi tre giorni del triduo, fratel Carlo ha incontrato di buon mattino i vari dipendenti per un momento di riflessione comunitaria, mentre nel pomeriggio il Santo Rosario in filodiffusione e la Messa vespertina; sabato 15, in mattinata, è stato esposto il SS. Sacramento con i vari turni di adorazione, mentre di sera ha presieduto l’Eucarestia il novello sacerdote camilliano p. Alfredo M. Tortorella.
Domenica 16, giorno della festa, sin dal mattino la preghiera del Rosario con le litanie cantate e quindi la celebrazione delle ore 11.30 presieduta da p. Hubert Goudjinou, formatore presso lo studentato di Roma: durante questa celebrazione ai malati è stato amministrato il sacramento dell’Unzione. In serata, infine, la Messa presieduta dal Provinciale p. Rosario Mauriello, con un’ultima fiaccolata sul sagrato dell’Ospedale e l’atto di affidamento a Maria. A dire di quanti hanno preso parte all’evento, sono stati giorni “sentiti” e necessari: una vera rinascita spirituale, un “tuffo” – attraverso la preghiera – nella vera identità della struttura ospedaliera che, secondo la tipica spiritualità camilliana, si è sempre promossa di curare le sofferenze con attenzione e premura materna, badando al corpo ma anche allo spirito! E che la Madonna guidi sempre i passi dei singoli e dell’intera comunità ospedaliera!
di p. Alfredo M. Tortorella



20 novembre 2014

Grottaferrata: La comunità "Salus Infirmorum" al Villaggio Litta

Nel giorno della festa e sotto il sguardo di Maria Salus Infirmorum, si stabilisce la comunità nel Villaggio Eugenio Litta.
 Ingresso al Villaggio Litta
Cappella all'interno del complesso
Il Padre Emilio Blassi, provinciale della provincia romana 
dona una bellissima immagine della Madonna
Santa Messa in onore alla Beata Vergine Madonna della Salute, presieduta da padre Emilio Blassi concelebrata insieme a padre Albino Scalfino, padre Modest Ouedraogo e padre Luc Zongo camilliani; animata dalle sorelle...
Video della benedizione
video
Padre Emilio benedice la casa delle sorelle 
sotto il nome e la protezione della "Salus Infirmorum"


I bambini di Bucchianico cantano a San Camillo!



Diretti dal Maestro Maurizio Marinelli e la collaborazione delle maestre i bambini della scuola materna "G. Roberti", dell'infanzia hanno voluto omaggiare San Camillo con canti a lui dedicati proprio vicino al suo Cuore durante la permanenza nella sua città natale nell'anno giubilare.

18 novembre 2014

Treviso: Ospedale Generale di Zona "San Camillo". Festeggia San Camillo insieme a Maria Salute degli Infermi

"Oggi sotto lo sguardo di Maria Salute degli Infermi abbiamo la  gioia di poter festeggiare, come comunità ospedaliera, i 400 anni dalla nascita al cielo del Santo Padre Camillo di cui questa nostra struttura porta il nome.
Ed è bello festeggiarlo così tutti insieme come una grande famiglia che festeggia il suo patriarca a cui quotidianamente si rifà come modello nel servizio all’uomo sofferente.
E la nostra gioia oggi è tanto più colma per la presenza dei nostri confratello camilliano padre Giovanni ai quali, a nome della Superiora Sr Benedetta, di tutta la comunità religiosa e ospedaliera diamo il nostro più affettuoso benvenuto.
Che Maria Salute degli infermi e san Camillo benedica ciascuno di noi, le nostre famiglie e i cari ammalati ricoverati in questo nostro ospedale." Santa Messa celebrata da Don Giovanni cappellano camilliano.

 

 

 


Papa Francesco cita San Camillo durante l’udienza di sabato 15 novembre

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO COMMEMORATIVO DELL’ASSOCIAZIONE MEDICI CATTOLICI ITALIANI,
IN OCCASIONE DEL 70° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE

Aula Paolo VI
Sabato, 15 novembre 2014
Vi ringrazio della presenza e anche per l’augurio: il Signore mi conceda vita e salute! Ma questo dipende anche dai medici, che aiutino il Signore! In particolare, voglio salutare l’Assistente ecclesiastico, Mons. Edoardo Menichelli, il Cardinale Tettamanzi, che è stato il vostro primo assistente, e anche un pensiero al Cardinale Fiorenzo Angelini, che per decenni ha seguito la vita dell’Associazione e che è tanto ammalato e che si è un po’ ripreso in questi giorni, no? come pure ringrazio il Presidente, anche per quel bell’augurio, grazie.

Non c’è dubbio che, ai nostri giorni, a motivo dei progressi scientifici e tecnici, sono notevolmente aumentate le possibilità di guarigione fisica; e tuttavia, per alcuni aspetti sembra diminuire la capacità di “prendersi cura” della persona, soprattutto quando è sofferente, fragile e indifesa. In effetti, le conquiste della scienza e della medicina possono contribuire al miglioramento della vita umana nella misura in cui non si allontanano dalla radice etica di tali discipline. Per questa ragione, voi medici cattolici vi impegnate a vivere la vostra professione come una missione umana e spirituale, come un vero e proprio apostolato laicale.

L’attenzione alla vita umana, particolarmente a quella maggiormente in difficoltà, cioè all’ammalato, all’anziano, al bambino, coinvolge profondamente la missione della Chiesa. Essa si sente chiamata anche a partecipare al dibattito che ha per oggetto la vita umana, presentando la propria proposta fondata sul Vangelo. Da molte parti, la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al “benessere”, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. In realtà, alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre “di qualità”. Non esiste una vita umana più sacra di un’altra: ogni vita umana è sacra! Come non c’è una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra, solo in virtù di mezzi, diritti, opportunità economiche e sociali maggiori.

Questo è ciò che voi, medici cattolici, cercate di affermare, prima di tutto con il vostro stile professionale. La vostra opera vuole testimoniare con la parola e con l’esempio che la vita umana è sempre sacra, valida ed inviolabile, e come tale va amata, difesa e curata. Questa vostra professionalità, arricchita con lo spirito di fede, è un motivo in più per collaborare con quanti – anche a partire da differenti prospettive religiose o di pensiero – riconoscono la dignità della persona umana quale criterio della loro attività. Infatti, se il giuramento di Ippocrate vi impegna ad essere sempre servitori della vita, il Vangelo vi spinge oltre: ad amarla sempre e comunque, soprattutto quando necessita di particolari attenzioni e cure. Così hanno fatto i componenti della vostra Associazione nel corso di settant'anni di benemerita attività. Vi esorto a proseguire con umiltà e fiducia su questa strada, sforzandovi di perseguire le vostre finalità statutarie che recepiscono l’insegnamento del Magistero della Chiesa nel campo medico-morale.

Il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che “vede”, “ha compassione”, si avvicina e offre aiuto concreto (cfr Lc 10,33). La vostra missione di medici vi mette a quotidiano contatto con tante forme di sofferenza: vi incoraggio a farvene carico come “buoni samaritani”, avendo cura in modo particolare degli anziani, degli infermi e dei disabili. La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all'obiezione di coscienza. E a tante conseguenze sociali che tale fedeltà comporta. Noi stiamo vivendo un tempo di sperimentazioni con la vita. Ma uno sperimentare male. Fare figli invece di accoglierli come dono, come ho detto. Giocare con la vita. Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così. Quando tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. “Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all'aborto, per esempio? E’ un problema religioso?” – “No, no. Non è un problema religioso” – “E’ un problema filosofico?” – “No, non è un problema filosofico”. E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. “Ma no, il pensiero moderno…” – “Ma, senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!”. Lo stesso vale per l’eutanasia: tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra. E questo è dire a Dio: “No, la fine della vita la faccio io, come io voglio”. Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo.

Vi auguro che i settant’anni di vita della vostra Associazione stimolino un ulteriore cammino di crescita e di maturazione. Possiate collaborare in modo costruttivo con tutte le persone e le istituzioni che con voi condividono l’amore alla vita e si adoperano per servirla nella sua dignità, sacralità e inviolabilità. San Camillo de Lellis, nel suggerire il metodo più efficace nella cura dell’ammalato, diceva semplicemente: «Mettete più cuore in quelle mani». Mettete più cuore in quelle mani. È questo anche il mio auspicio. La Vergine Santa, la Salus infirmorum, sostenga i propositi con i quali intendete proseguire la vostra azione. Vi chiedo per favore di pregare per me e di cuore vi benedico. Grazie.

Papa Francesco

http://w2.vatican.va/

16 novembre 2014

Orvieto: XII Pellegrinaggio degli Universitari 08/11/14

Il pellegrinaggio risponde ad una esigenza inscritta nel cuore di ogni persona umana, quasi un'inquietudine, un'insoddisfazione che spinge ad andare sempre oltre, alla ricerca di qualcosa di più grande, di più bello, di più vero. E' l'intera nostra vita che assume i connotati di un cammino, che per il cristiano ha una chiara meta: il Cielo. Fu una chiamata di Dio a mettere in movimento Abramo e a fare di lui un "arameo errante" in cerca di una terra promessa da Dio. Dopo di lui fu l'intero popolo di Israele a mettersi in cammino: l'esodo dall'Egitto verso la Terra Santa divenne il simbolo di un itinerario dalla schiavitù alla libertà, dal peccato alla vita nuova, dalla terra al Cielo. Gesù, che si è definito "la Via", ha dato infine l'avvio al cammino del nuovo popolo di Dio. Su questa terra siamo "stranieri e pellegrini" (1Pt 2,11), "non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura"  (Ef 13,14)

Gli studenti della Scuola Infermieristica Padre Luigi Tezza di Roma (Università Cattolica di Roma) hanno partecipato a questo pellegrinaggio molto speciale alla città di Orvieto che celebra il Giubileo Eucaristico per il 750° Anniversario del Miracolo di Bolsena.


"I pellegrinaggi, nel pellegrinaggio della vita, sono come un "segno" che indica il carattere transeunte della situazione umana, la caducità e la provvisorietà di quello che facciamo; l'appello ad un'esperienza di distacco interiore, di spogliazione per una libertà dello spirito, chiamato a mai lasciarsi imprigionare dalle realtà umane, a riprendere con nuovo slancio e decisione il cammino spirituale"


 Nella cima della salita ci aspettavano i volontari che ci consegnavano un pane da condividere in due.





Nell'Itinerario giubilare proposto ai peregrini era previsto varcare la soglia della Porta Santa dopo un salita faticosa intendendo di fare focalizzare l'attenzione di loro sul proprio cammino di fede.  Il segno della porta santa evoca il passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia. Gesù ha detto: "Io sono la porta".
Arrivati alla piazza del Duomo dove si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta principale luogo di culto cattolico di Orvieto, in provincia di Terni, e sede vescovile della diocesi di Orvieto-Todi; ci aspettavano i giovani con canti e altri ci guidavano il cammino a seguire verso la Porta Santa...

Cappella dove è conservato il corporale, intriso di sangue, utilizzato durante la celebrazione in cui avvenne il miracolo.
[Il miracolo eucaristico di Bolsena secondo la tradizione sarebbe avvenuto nel 1263 nell'omonima cittadina in provincia di Viterbo: mentre un sacerdote celebrava la messa dubitando della reale presenza di Cristo nell'Eucaristia, l'ostia consacrata avrebbe sanguinato.]
Dopo dell'accoglienza e saluto di S.E. Mons. Benedetto Tuzia Vescovo di Orvieto-Todi; sul tema "L'arte come comunicazione della fede" hanno parlato il Prof. C. Bellanca e il padre J.P. Hernandez, sj.
Era presente anche il Rettore Magnifico dell'Università Pontificia Lateranense 
S:E. Mons. Enrico del Covolo
Santa Messa presieduta da S.E. Mons. Lorenzo Leuzzi vescovo ausiliare della Diocesi di Roma e Delegato per la Pastorale universitaria
Dopo la Santa Messa c'erano delle proposte itinerari per ricorrere a scelta: itinerario artistico culturale; itinerario fede e arte; itinerario centro storico; itinerario Cripta.
La giornata si ha concluso con l'adorazione eucaristica e la processione intorno al Duomo, con la benedizione eucaristica.


I pellegrinaggi non sono fine a sé stessi, ma momenti di grazia che ci consentono poi di tornare nell'ambiente ordinario della vita, agli impegni abituali, per portarvi quell'anelito di Cielo che il luogo di pellegrinaggio ha ravvivato.
Dal sussidio della Pastorale Universitaria di Roma.