30 novembre 2012

Da Riozinho, Brasile

Hospital Rural Nostra S. do Rosario nella città di Riozinho, Brasile a festeggiato i 25 anni di fondazione, ringraziamo il Signore per la donazione amorosa delle nostre consorelle nell'assistere con cuore di madre a tutti i bisognosi. 
TANTI AUGURI!
 

27 novembre 2012

Dalle nostre sorelle del Peru.

Le sorelle delle diverse comunitá (Clinica; Casa di Riposo Madre Vannini; della Scuola Infermieristica; Barrios Altos; Arequipa; Cajamarca; Manchay) del Perù arrivano alla Casa Provinciale per  salutare la Carissima Madre Laura e la consigliera generale Sr. Gabriella, arrivate dall'Italia per la visita pastorale. 
 
 
 Servizio Fotografico: Sr. Flor Barreda 

26 novembre 2012

In ricordo di Sr. Vittorina, a 4 anni dalla sua morte!



Il 27 novembre 2008, giorno in cui si ricorda l’apparizione della Madonna a Santa Caterina Labouré, lasciava questa terra, per andare abitare nella casa del Padre, la nostra carissima e amatissima Sr. Vittorina. Dopo una vita donata all’Istituto e spesa nella formazione delle giovani postulanti e novizie, è volata tra le braccia della Trinità, che amava pazzamente!
Chi l’ha conosciuta ha ancora negli occhi e nel cuore la sua grande personalità umana e religiosa: una donna saggia che sapeva conciliare austerità e dolcezza, legge e spirito, fermezza e bontà.
E per chi non l’ha conosciuta, cercheremo di presentare qualcosa della sua vita, ben consapevoli dell'inadeguatezza delle nostre parole. 

Chi era Sr. Vittorina? 

Sr. Vittorina Torelli, era nata a Valenza (AL), il 01 settembre 1907, e nel giorno del Battesimo i genitori l’hanno chiamata Maria Ines. Era la prima di tre fratelli: Maria Ines, Ernesto e Cecilia. 
Riportiamo la testimonianza di una nipote, figlia della sorella Cecilia, che si avvale anche dei ricordi della mamma:
“La sua famiglia era composta dai genitori, la prima figlia era Maria (Sr. Vittorina) Ernesto e Cecilia. Mio zio era nel corpo della Finanza, purtroppo a 35 anni è stato colpito da un infarto che le è stato fatale.
Sr. Vittorina, finita la scuola, sua madre l’ha mandata dalle sarte per imparare il mestiere, e come racconta mia madre, è diventata molto brava.
In quel periodo mia zia ha conosciuto una signora che apparteneva a una famiglia molto ricca e lei frequentava molto la villa, perché la signora aveva bisogno di lei per modificare qualche vestito suo e delle amiche. Mia madre mi raccontava che questa signora si era affezionata molto a sua sorella ed ha chiesto ai suoi genitori se le permettevano che mia zia rimanesse tutto il giorno a farle compagnia essendo sola con la servitù. Il marito era un manager molto importante ed alla sera arrivava molto tardi. Nei cambiamenti di stagione la signora si recava a Milano per rifarsi il guardaroba, e mia zia era sempre con lei. Poi nel mese di agosto arrivava la principessa Iolanda con il marito e i figli e trascorrevano tutto il mese in sua compagnia.
Durante la messa dei suoi 100 anni, mentre portava le offerte!
Dopo aver trascorso più di tre anni con questa famiglia molto per bene, i signori hanno deciso di vendere la villa perché il marito era stato trasferito a Milano. La signora, molto gentilmente, ha chiesto ai miei nonni se permettevano a mia zia di seguirli a Milano e di vivere con loro, ma mia nonna ha preferito che rimanesse a casa.
Mia zia ha così ripreso il lavoro di sarta per il suo paese dove aveva già lavorato prima. Poi la malattia terribile, che a quei tempi non perdonava. Infatti il medico ha dato la terribile notizia che mia zia era ormai in fin di vita. Le sue amiche più care si sono prestate a confezionarle il vestito bianco, che all’inizio non volevano assolutamente confezionarlo.
Poi il miracolo. Appena ha pronunciato le primi parole ha detto: “Se guarisco vado a farmi suora dalle Figlie di San Camillo”. Mia zia conosceva già prima una suora che apparteneva alle Figlie di San Camillo.
Ho sempre un ricordo dolcissimo per mia zia, per me non è morta, è come se fosse ancora viva!”
La giovane Maria Ines entrò tra le figlie di San Camillo il 5 maggio 1932, il 19 marzo del 1933 iniziò il suo noviziato e fece i primi voti un anno dopo. Nel 1937, sempre nella festa di San Giuseppe pronunciò i voti perpetui.
Il 13 giugno 1934, un mese dopo la prima professione partiva per Rieti, destinata all’Ospedale, dove le Figlie di San Camillo erano presenti dal 1904.
Successivamente venne chiamata per dedicarsi alla formazione delle giovani e dove spese la maggior parte della sua vita formando ed educando generazioni e generazioni di Figlie di San Camillo. Alla scuola di Madre Alfonsina (prima Madre generale dopo la Fondatrice) ha imparato l’amore per Regola, vista come via sicura per giungere alla santità. Amava di tenero amore i nostri Fondatori, ma soprattutto il P. Tezza!
Sr. Vittorina è stata un’anima bella, religiosa esemplare, piena di virtù e di meriti, che dopo una lunga vita, fu chiamata al Signore il 27 novembre 2008, nella nostra casa Generalizia di Grottaferrata.

Via crucis di Sr. Vittorina

1.    Taci volentieri
2.    Sii contenta di tutto
3.    Rialzati quando sei caduta
4.    Rivolgiti alla madre mia come al sostegno della tua vita
5.    Ama il tuo prossimo
6.    Imprimiti la mia immagine sul fondo dell’anima
7.    Non ti abituare alla ricaduta nel peccato
8.  Lasciati confortare dalle mie parole, dal mio esempio,     dalla mia grazia, e dalla mia croce.
9.    Sacrifica la tua vita fino all’ultimo respiro.
10. Abbandona il vecchio uomo che è in te e indossa il mio abito di virtù.
11.  Conduci una vita modesta e inchioda le tue passioni
12.  Muori al mondo e a te stessa.
13.  Prega la madre mia perché ti assista nell’ora della morte.
14. Riposa con il tuo spirito nella mia vita e nel mio cuore trafitto.

Maria, madre mia, presentate alla SS. Trinità, il vostro e mio Gesù, in lode e onore alla divina volontà, che amo, benedico e adoro.
O Gesù, mia vita, mio amore, mio sposo, aiutami!
Bisogna che io giunga a qualunque costo a fare sempre, in tutto, il contrario della mia volontà.

“Quanto è buono il Signore! Sono in pena perché non so corrispondere come vorrei o dovrei. Lo ringrazi lei per me che sa farlo!” (Da una sua lettera del 26/06/1984).
"Non temere Josefa: Abbandonati nelle mani di mio Figlio e ripetigli senza posa: “O Padre Buono e misericordioso, mira la tua figliuola e rendila talmente tua che si perda nel tuo Cuore! Padre mio! Che l’unico mio desiderio sia quello di adempiere la tua Santissima Volontà”. Questa preghiera gli piacerà perché null’altro desidera di più che si abbandoni a Lui. Consolerai così il suo cuore e non temere abbandonarti, io ti aiuterò!" (La Madonna a Josefa Menendez).
Questa preghiera, Sr. Vittorina, l’aveva trascritta e fatta propria
Con S.E. il Cardinale Giovambatista Re
Sr. Vittorina con il suo padre spirituale, Albino Scalfino ed il suo medico curante Ascenzo Lancia, nel giorno del suo centenario!
Sr. Vittorina nella sua età matura.
Con Sr. Teresa Ippoliti
Nel giorno della deposizione del Padre Fondatore nella nuova urna.
In refettorio

In preghiera con Sr. Bernadete Rossoni
Mentre saluta Mons. Bella, Giudice del Tribunale del Vicariato di Roma
In sala di comunità
Ora dal Cielo, cara Sr. Vittorina, intercedi a Dio per noi perchè possiamo come te, amarlo con tutto il nostro cuore e servirlo con generosità e gioia ogni giorno della nostra vita, come l'hai fatto tu!

22 novembre 2012

Fiaccolata della Fede

I ragazzi della Scuola Infermieristica Padre Luigi Tezza della Università Cattolica del Sacro Cuore hanno partecipato alla Fiaccolata, organizzata dall'Azione Cattolica Italiana per ricordare il giorno di apertura del Concilio Vaticano II.

 
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I volti "belli" della povertà religiosa



Un gruppo di giovani ha chiesto: «Nel nostro tempo in cui si è chiamati a sconfiggere la povertà nel mondo, ha ancora senso la scelta dei religiosi/e di “votarsi” alla povertà?». La risposta è sì, ma occorre una nuova visione.
Per intendere il significato e il valore della povertà è necessario innanzitutto sgombrare il campo da preconcetti, ereditati da idee e prassi di un mondo che non c’è più e farne invece intravvedere gli orizzonti. C’è una povertà materiale come condizione sociale subita, che disumanizza e va combattuta, e una povertà materiale che libera ed educa. Cristo non condanna i beni ma le separazioni tra gli uomini provocate dall’accaparramento di quei beni e la stoltezza nel loro utilizzo. Allora la pratica della povertà evangelica altro non è che il principio della carità applicata all’uso delle risorse; è – a partire dalla fiducia piena nel Signore – presa di distanza dall’avidità come criterio normativo di vita personale e comunitaria. Inoltre è la capacità di articolare un giudizio sulla storia a partire dai poveri considerandoli parte della propria vita per sentire con loro, per sceglierli. Questa apertura e centratura della vita non sui beni ma sul bisogno degli altri, fa vedere come la povertà sia strettamente legata alla giustizia, non violenza, alla misericordia, alla pace. Non implica dunque un atteggiamento negativo verso i beni del mondo; al contrario, aiuta lo schiudersi di nuove dimensioni della vita umana e conduce a forme di realizzazione e soddisfazione qualitativamente più elevate, riconquistando perdute terre di libertà all’interno di noi.
Su queste “dimensioni” mi soffermo con brevi spunti di riflessione che mettano in luce i volti «belli» della povertà.

Il volto della fraternità
Il bene evangelico della povertà, dunque, non consiste in una scelta pauperistica che comporta la rinuncia a conseguire un certo benessere economico, esige piuttosto un preciso ridimensionamento dei fini e dei mezzi in rapporto al vero fine che è l’uomo, tutto l’uomo, e tutti gli uomini, a cominciare dagli ultimi. Se questo è lo scopo, il nome della povertà maggiormente espressivo è quello di “solidarietà”, “condivisione”, che significa vicinanza, partecipazione alla difficoltà dell’altro, collaborazione nella ricerca di soluzione a situazioni di sofferenza. Dire “condivisione” e “solidarietà” significa aspirare a un mondo in cui la ricchezza non divida; in cui le cose non siano possedute con istinto di appropriazione ma siano usate con l’esigenza del servizio reciproco. Il Vangelo vuole ricondurre i beni in quell’ottica nella quale Dio li ha creati: dono che unisce gli uomini tra di loro e con Dio. Si tratta di far prevalere la gratuità e il sistema del dono sulla logica del possesso. Farne motivo di sicurezza personale, o addirittura di arroganza e di cupidigia, significa ritrovarsi nemici anziché fratelli; significa fallimento di sé e della propria vita, per il fatto che la ricchezza falsa la verità dell’uomo.
Dire condivisione e solidarietà non rimanda a chi è ricco di beni materiali ma anche e soprattutto a chi non avendo ciò di cui fare carità, ha però la possibilità di “essere carità”: amico, fratello, padre, madre; cioè colui che mette a disposizione la propria persona, la professionalità, la casa, l’affetto, i doni naturali. Ritradurre il voto di povertà con condivisione e solidarietà toglie dalla contraddittorietà che i poveri di beni economici possano votarsi a rinunciare in teoria a quello che, di fatto, non hanno mai posseduto. Mi riferisco alla maggior parte di vocazioni che, come un tempo in Italia e ora in Africa e Asia, trovano nelle comunità religiose, il più delle volte, un livello di vita più elevato rispetto a quello delle loro famiglie di origine e delle popolazioni in mezzo a cui operano. Paradossalmente il voto di povertà, per tutte queste persone, segnerebbe il passaggio da uno stato di vita economicamente e sociologicamente povero a uno più agiato. Con ciò non si intende chiudere gli occhi sul fatto che il numero delle vocazioni sia fortemente influenzato dal desiderio di uscire dal disagio socioeconomico dell’ambiente di provenienza, ma si intende dire che non è contando su questo che la VR avrà futuro ma sulla capacità di portare i suoi membri provenienti da qualsiasi situazione sociale, a investire evangelicamente la vita in un progetto di fraternità espresso attraverso la solidarietà e nella condivisione.

Il volto della sobrietà
La sobrietà, in riferimento all’uso dei beni materiali, consiste in una scelta di vita che uno fa a partire dal credere che la persona non si realizza nell’avere di più, e che quanto ha non è in funzione del possesso ma del “dono” quale misura dell’amore. «Solo a partire dall’amore si può decidere di abbandonare tante cose e di rinunciarvi senza doverle poi rimpiangere».
Ma nella vita religiosa non basta la sobrietà personale: è necessaria anche quella istituzionale. La povertà individuale, nel tempo, diventa volano di una economia risparmiatrice che ha la capacità di dare virtù al singolo e ricchezza al gruppo. Si è in presenza di qualcosa che mette insieme, almeno apparentemente, i contrari: una contraddizione non da poco. In ogni caso è qualcosa che stride con la logica del Vangelo. Non stupisce allora che siano molti a dire che il termine povertà è usurpato dai religiosi, se non altro per il fatto che la loro è la scelta di una povertà fatta all’interno di istituzioni le quali, non scarseggiando di beni, possono dare al religioso/a tutto ciò di cui ha bisogno. Ma i poveri sono altra cosa: i religiosi scelgono la povertà, i poveri la subiscono.
Solo nella povertà, personale ed istituzionale, i religiosi/e dimostrano di aver vinto il maligno che ha la sua epifania nella ricchezza.

Il volto della mitezza
La povertà quantificata e qualificata con il parametro dell’uso dei beni è riduttiva. Gesù dicendo “beati i miti” e “beati i poveri in spirito” richiede di impegnarsi nella povertà in un senso più profondo di quello di tipo economico, e di assumere quegli atteggiamenti che caratterizzano l’umile, il paziente, colui che rinuncia a relazioni di supremazia.
Parlando di “potere” si utilizza un termine dal significato complesso e non privo di ambiguità, qui si intende quel potere contro cui Gesù lottò fino a esserne ucciso. «La forza che la Chiesa riesce ad immettere nella società contemporanea – dice il concilio (GS 42) – consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani». Il testo sembra risuonare ciò che già aveva detto Giovanni XXIII: «bisogna scuotere la polvere imperiale che si è accumulata sul trono di s. Pietro». Altrettanto disse Benedetto XVI ai cardinali e vescovi della curia: «il volto della Chiesa è coperto di polvere. Dobbiamo accogliere questa umiliazione».
Tutto ciò viene a dire che la mitezza non è assicurata alla Chiesa per natura sua quasi fosse una propria qualità connaturata. Già con Papa Damaso alla fine del IV secolo e con i Papi del V si incominciava a vedere che la Chiesa nell’esercizio dell’autorità andava ereditando qualcosa dall’idea imperiale romana piuttosto che dal significato neotestamentario di exousia. E fu così che il concetto di “autorità” nata dall’essere un servizio dell’uomo per l’uomo si portò in varie epoche a essere un potere dell’uomo sull’uomo. Quando poi l’impulso di potenza dell’uomo si riveste di motivazioni religiose corre il rischio di diventare più funesto che mai. Nel passato alcuni momenti di maggiore cecità nella storia, furono dovuti proprio alla presunzione di vari uomini di fede di parlare in nome di Dio trascurando la mitezza delle “beatitudini”.
Il ricupero della credibilità nella Chiesa oggi passa dalla rinuncia a forme possessive di funzioni, privilegi e titoli che stridono con la lontananza dalla parola che predica.

Il volto della “diakonia”
Le giovani comunità neotestamentarie descrivendo le funzioni al proprio interno, usano la parola “diakonia” che va tradotta profanamente con “servizio a tavola”. Si ricreava così allusivamente l’atmosfera del banchetto, lì ove più che in ogni altra occasione risaltava la differenza tra padrone e schiavo, tra aristocratici signori adagiati, nei loro lunghi paludamenti, intorno alla mensa e i servitori. Gli Apostoli avevano impresso nella mente la diakonia di Gesù espressa nell’ultima cena con l’inginocchiarsi davanti ai commensali con il grembiule ai fianchi, cercando “dal basso” gli occhi e il cuore di ognuno. L’eredità lasciata da Cristo ai discepoli è di evitare ogni espressione che esprima un guardare dall’alto al basso, quale rapporto di superiorità: Il «tra di voi non sia così» è stata la sentenza che dovette imprimersi nell’animo dei discepoli, dato che per ben sei volte ricorre nei sinottici.

Il volto dell’efficacia apostolica
Riporto la domanda di una madre provinciale: «Ho vissuto, della vita religiosa, il lungo periodo degli applausi: opere grandiose, molti riconoscimenti e vocazioni; oggi vedo lo spegnersi su di essa di tante luci. Il “prima” e il “poi” sono in relazione di causa ed effetto?». Una sorta di nemesi storica sembra caratterizzare il cammino della evangelizzazione: tutte le volte che i mezzi ricchi prendono il posto dei mezzi poveri la Chiesa arretra. La storia dimostra che non di rado i «successi del le istituzioni si risolvono in sconfitte del Vangelo». La vicenda di Cluny ne è la riprova. Se i poveri sono i primi destinatari del Regno come potrebbe la sua proclamazione essere affidata a messaggeri ricchi, o a mezzi di diffusione che presuppongono ricchezza e potere? San Paolo scriveva: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9). È la “povertà” dell’inviato a divenire segno della trascendenza della missione.
L’efficacia della vita evangelica è inversamente proporzionale alla speciosità mondana. Il concilio riassume così tutto questo (LG 8): «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza (…); essa non è costituita per la gloria terrena, bensì per essere segno e primizia della forma ultima e definitiva della storia, il regno di Dio».
Quanto detto induce anche a far riflettere e a interrogarsi sugli elementi che devono essere alla base della evangelizzazione per essere efficace. Una delle domande potrebbe essere: le molteplici celebrazioni, che attraggono grandi folle – senza nulla togliere al tanto di positivo che esprimono – rimandano in prima battuta, alla grandezza di Dio e a scelte discepolari o sono vissute come espressioni di gloria, di potere, di sicurezza, di forza umana? Che cosa dovrebbero maggiormente evidenziare perché non sembrino richiamare la grandiosità del “tempio” di ebraica memoria, piuttosto che la “forma vitae” del Nazareno?
Urs Von Balthasar diceva: «Non si può essere ricchi in Dio – se non si vuole partecipare alla sua povertà divina».

(Rino Cozza csj, su Testimoni 18 del 2012)
http://www.vocazioni.net/index.php?option=com_content&view=article&id=3190&Itemid=275

18 novembre 2012

4° Giornata Nazionale della Gioventu nel Santuario di Aparecida. Brasile

Nel giorno 15 novembre ci é stata la 4° giornata nazionale della gioventú nel Santuario Nazionale di Aparecida.
Anche noi, del noviziato Maria Immaculada di Atibaia, abbiamo preso parte, insieme ad altre sorelle di Atibaia e della Casa Provinciale di S. Paolo.
L'avvenimento quest'anno  aveva un colore particolare: la prossima GMG che si celebrará l'anno prossimo a Rio de Janeiro.
L'incontro é stato marcato da alcuni punti forti. Dopo l'accoglienza ci é stata la celebrazione delle lodi. Di seguito una camminata di un'ora verso il Santuário della Madonna. Questo itinerário é stato commovente, segnalato dalla preghiera, dal canto e da testimonianze di vita dei giovani e anche da un appello accorato perché cessi nella nostra Patria la violenza contro la gioventú!
Nel Santuário una bellissima predicazione del noto psichiatra, pensatore,  escrittore brasiliano, ma soprattutto un'cristiano convitto, di profonda fede: AUGUSTO CURY. Di seguito la Santa Messa celebrata da S. Eminência, o Cardeal D. Raimundo Damasceno e concelebrata da inummerevoli sacerdoti é stato il punto piú alto della giornata.
Nel pomeriggio il SHOW con cantori cattolici e testimonianze di vita!
La Chiesa del Brasile giá é in festa, i colori piú vivi, soprattutto nei suoi membri giovani (ma non solo!) nell'attesa della GMG!
La Chiesa guarda con particolare attenzione i nostri giovani e vuole camminare con loro!
In tutto il Brasile il clima della GMG infiamma i cuori e il "BOTE FÉ" e l'“andate e fatte discepoli tutte le nazioni” (Mt 28, 19), comincia in casa, fra noi! perché poi si spanda in tutto il mondo!
 


 
da Sr. Silvana Pizzolato, novizie e postulanti.

17 novembre 2012

Africa mia...nostra, tua!

Il Santo Padre nell'Esortazione apostolica Africae munus ci invita: "ha guardare al cuore dei popoli africani, dove scopriamo una grande ricchezza di risorse spirituali, preziose per il nostro tempo. L'amore alla vita e alla famiglia, il senso della gioia e della condivisione, l'entusiasmo di vivere la fede nel Signore"
Con queste sagge parole presentiamo alcune foto della nostra missione in Burkina Faso, Benin e Costa d'Avorio, durante la visita che ha fatto la nostra Madre in questo ultimo tempo.
 
 
 
Comunità di Costa d'Avorio
Sr. Bartolomea
Sr. Lina e Sr. Carmelina missionarie (arrivate all' Africa nel 1969 e 1967 rispettivamente)
Le volontarie che collaborano con le nostre sorelle

Sr. Rosa nel dispensario di Zinvie
Se volete collaborare con le nostre missioni nel mondo:
C/C n. 10489003 Intestato a: ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO MISSIONI VIA ANAGNINA 18  00046 GROTTAFERRATA RM
Con cuore di Madre ti ringrazia a nome di loro!!!